Tutte le persone che hanno avuto un infarto o un ictus cerebrale sanno che, per prevenire nuove «ricadute», sono due i passi da compiere: modificare lo stile di vita e assumere farmaci antiaggreganti per il resto della vita. La terapia di elezione prevede l'assunzione quotidiana di cardioaspirina (aspirina a basso dosaggio). Negli ultimi vent'anni, però, si è fatta strada un'altra categoria di antiaggreganti: gli inibitori del recettore P2Y12. L'effetto è analogo a quello garantito dall'«aspirinetta». Prevenendo l'aggregazione delle piastrine, seppur con un meccanismo d'azione diverso da quello della cardioaspirina, le tienopiridine riducono il rischio che si formino nuovi trombi. Idem dicasi per sicurezza ed efficacia, sulla base dei risultati di una metanalisi pubblicata sulla rivista The Lancet. Dal confronto, non è emersa nessuna differenza significativa. Un aspetto che gioca però a favore della cardioaspirina, che si conferma come il farmaco più indicato per la prevenzione secondaria degli eventi cardio e cerebrovascolare: sul piano clinico, ma anche della sostenibilità economica.
Dopo ictus e infarti meglio la cardioaspirina o le tienopiridine?
Sicurezza ed efficacia: risultati analoghi con aspirina a basso dosaggio e inibitori del recettore P2Y12. Ma i costi premiano il ricorso alla cardioaspirina

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