Pap test o Hpv test: sono queste le due procedure diagnostiche che oggi si utilizzano nello screening per il tumore della cervice uterina, inserito nei Livelli Essenziali di Assistenza e dunque garantito dal Servizio Sanitario Nazionale a tutte le donne di età compresa tra i 25 e i 64 anni. In Italia entrambe le metodiche continuano a essere utilizzate, con cadenza differente: il Pap test viene effettuato ogni tre anni, mentre nelle regioni che sono già passate alla ricerca del Dna del papillomavirus umano (Hpv) l’esame viene effettuato (nelle donne over 30) ogni cinque anni. Ma un nuovo studio apre all’ipotesi di diluire ulteriormente nel tempo i controlli.
«Lo screening per il tumore della cervice uterina potrebbe essere effettuato ogni dieci anni nelle donne che risultano negative alla ricerca del Dna del papillomavirus». È questo il messaggio che emerge da una ricerca olandese, pubblicata sul British Medical Journal. Il messaggio diffuso dagli studiosi di Amsterdam e di Rotterdam, in futuro, potrebbe riguardare tutte le donne con più di 40 anni risultate negative alla ricerca del Dna del papillomavirus umano (Hpv), ritenuto la causa più frequente dell’insorgenza del tumore della cervice uterina (2200 casi attesi in Italia nel 2016).
La ricerca, durata 14 anni, è stata condotta su oltre quarantamila donne adulte (29-61 anni) con l’obiettivo di valutare se il passaggio definitivo alla ricerca del Dna virale come procedura di screening possa essere utile anche a estendere gli intervalli dei controlli. Entrate negli «anta», le donne che hanno superato almeno una volta l’esame senza conseguenze, possono ritenersi pressoché certe di non sviluppare un tumore al collo dell’utero. Motivo per cui l’intervallo dei controlli potrebbe essere esteso a dieci anni, senza particolari rischi per la salute.







