Più inviti per gli screening, ma troppi italiani dicono di no
I controlli permettono di evitare un terzo dei casi di tumore. La pigrizia e la paura di scoprire la malattia, però, portano i connazionali a non aderire
«Sì, questa volta possiamo dirlo: il bicchiere è mezzo pieno». Marco Zappa, epidemiologo e coordinatore dell’Osservatorio Nazionale Screening, si mostra ottimista nel commentare i risultati del rapporto ultimo sugli screening oncologici, relativo al 2014 e al 2015. Dalla lettura del documento, in effetti, emerge un dato significativo.
Lo scorso anno sono stati quasi 13 milioni gli italiani invitati (gratuitamente) a sottoporsi a uno screening per la diagnosi precoce di un tumore al seno, al colon-retto o alla cervice uterina: quasi un milione in più rispetto al 2014. Poco meno di sei milioni, invece, i test effettuati.
Ed è qui che emerge la nota dolente. Ciò vuol dire che oltre la metà dei connazionali hanno gettato la famosa cartolina nella pattumiera: per pigrizia, mancanza di tempo e timore di scoprirsi ammalati, che prevalgono sulle più alte chance di guarigione rilevate quando la malattia viene scoperta in uno stadio precoce.
I numeri, in questo caso, vengono prima di tutto. Quelli citati nel dossier indicano che, a quasi vent’anni dall’introduzione da parte del Servizio Sanitario Nazionale, gli screening oncologici iniziano a fare breccia tra i cittadini. Si tratta di esami garantiti dallo Stato - dunque gratuiti per chi vi si sottopone - che puntano a garantire l’eventuale diagnosi precoce delle tre neoplasie in altrettante fasce d’età in cui s’è visto che il beneficio che si trae dal sottoporre a un esame di massa la popolazione è di gran lunga superiore ai rischi.
Evidenze che finora non hanno invece riguardato il tumore dell’ovaio e quello del polmone. Come confermato da Zappa, «questa attività organizzata convive con un’iniziativa spontanea, cioè con test eseguiti in strutture private o comunque senza rispettare gli intervalli e le fasce d’età indicati come ottimali».
In realtà quest’ultimo aspetto continua a essere prevalente in alcune aree del Paese, «ma siamo sempre più convinti che rappresenti in realtà un ostacolo, soprattutto in una situazione di risorse limitate», è il pensiero dell’epidemiologo, secondo cui «la battaglia da vincere consiste nel convincere la comunità sanitaria e i singoli cittadini che l’attività organizzata è più efficace della pratica spontanea». Come dire: sottoporsi a un maggior numero di esami non equivale a garantirsi un migliore stato di salute.
PERCHE' LO SCREENING PER IL TUMORE DEL COLON-RETTO PUO' SALVARE LA VITA?