Gianni era un professore di matematica e fisica in un liceo calabrese. Una figura di riferimento che gli studenti ricorderanno negli anni, capace di far appassionare alle sue lezioni anche i più insospettabili.
Gianni aveva altre due passioni: la chitarra, abbandonata per un problema alla mano, e lo sport, che ha sempre praticato. Correva, camminava, giocava a bocce.
Un tumore del pancreas lo ha portato via a fine marzo del 2025. A raccontare la sua storia è la figlia più piccola, Elisabetta, che di lui ricorda principalmente l’impegno, la costanza, l’idea che le cose si fanno fino in fondo.
UNA VITA SANA, DEDICATA AI FIGLI
«Quando siamo nati io e i miei fratelli, Sergio e Carla, papà ha scelto di dedicarci quasi tutto il suo tempo. Anche lo sport, che per lui era una passione personale, è diventato qualcosa da condividere. Non faceva quasi niente solo per sé. Quando andava a correre o a camminare, cercava sempre di portarci con lui. Lo sport era un modo per stare bene, ma anche per insegnarci a costruire abitudini sane».
Anche in cucina preferiva le cose fatte in casa. La marmellata, per esempio, non la comprava quasi mai, la preparava lui. E il venerdì sera spesso impastava la pizza, con una ricetta tramandata alla figlia Carla.
LA SCOPERTA DELLA MALATTIA
Gianni era controllato e attento, ma la malattia è arrivata silenziosa. Il primo sintomo si è mostrato a gennaio 2025, un rigonfiamento sul petto, come uno strappo muscolare. Da lì sono partiti una serie di esami, visite e approfondimenti. La diagnosi è arrivata a fine febbraio: tumore del pancreas, già diffuso.
Dal primo sintomo alla sua morte sono passati due mesi. Dalla diagnosi, circa uno.
«È stato tutto velocissimo. Non c’è stato quasi il tempo di capire cosa stesse succedendo», racconta Elisabetta. «Ad un certo punto ci era stata proposta l’immunoterapia. Non per farlo guarire, solo per allungare un po’ il tempo. Ma la malattia correva molto veloce e alla fine non è stato possibile. Papà ha espresso il desiderio di essere portato a casa, e così è stato. In poco tempo ci siamo attrezzati con un letto da ospedale e tutto il necessario per prenderci cura di lui».
L’IMPORTANZA DELLA FAMIGLIA
La famiglia si è stretta intorno a Gianni. I figli, sua sorella, e anche Teresa, la madre di Sergio, Carla ed Elisabetta. Teresa e Gianni non stavano più insieme da tempo, ma tra loro era rimasto un patto, che è stato onorato.
«Si erano promessi che se uno dei due si fosse trovato in difficoltà, l’altro ci sarebbe stato», ricorda Elisabetta. «Mia mamma è stata la più forte e la più lucida di tutti. Pensava alle cose pratiche quando noi non eravamo in grado».
IL CONFRONTO CON LA FRAGILITÀ
Gianni non ha mai pronunciato apertamente la parola tumore con i figli, però aveva ben compreso la sua situazione.
«Ci sono stati giorni in cui cercava di restare positivo e altri in cui si vedeva che era molto stanco. Una volta io e mi sorella siamo riuscite a convincerlo a fare una brevissima passeggiata. L’abbiamo spronato ricordandogli che era uno sportivo e che un po’ di movimento gli avrebbe fatto bene».
Gli ultimi giorni sono stati molto difficili. Gianni era una persona molto riservata e indipendente, per lui perdere autonomia non è stato facile da accettare.
«Vederlo così fragile è stata dura anche per noi. Non avrebbe mai voluto dipendere dagli altri. Abbiamo cercato di dargli tanta forza, sorridendo sempre in sua presenza, così da accompagnarlo in maniera serena».
La sera prima di andarsene Gianni ha chiesto a Carla di fare l’impasto della pizza, “così domani sera la mangiate tutti insieme”, aveva detto.
Gianni è venuto a mancare il 29 marzo e quella sera la pizza l’hanno mangiata davvero.
«Ce lo aveva chiesto lui. E noi siamo una famiglia che cerca sempre di mantenere le promesse».
UNA RACCOLTA FONDI ALL’INSEGNA DELLA CORSA
Dopo la sua morte, la famiglia ha deciso di ricordarlo con un gesto semplice e vicino a quello che lui amava. Il 17 maggio 2025 hanno organizzato la Walk and Run for Life, una corsa e camminata aperta a tutti. Cinque chilometri da percorrere partendo dal campo dove Gianni giocava quasi ogni giorno a bocce. «Era come correre ancora una volta insieme a lui», ricorda Elisabetta.
La corsa è stata anche l’occasione per aprire una raccolta fondi a favore della ricerca di Fondazione Veronesi sul tumore del pancreas, perché i figli di Gianni sperano che per altre famiglie i passi avanti della medicina possano fare la differenza.
L’IMPORTANZA DELLA RICERCA
Prima di questa esperienza Elisabetta sapeva che la ricerca fosse importante, ma non ci aveva mai pensato davvero in prima persona.
«Quando non la vivi da vicino, non capisci davvero quanto una malattia possa cambiare la vita di un intero nucleo familiare. La mia speranza è che un giorno una diagnosi come quella ricevuta da mio padre possa arrivare prima, quando c’è ancora tempo per curarsi. Oppure che si trovino terapie sempre più efficaci, capaci almeno di permettere alle persone di vivere più a lungo e con dignità. O ancora, che si possa capire cosa fare per evitare, per quanto possibile, che la malattia si instauri».
UN’EREDITÀ IMPORTANTE
Oggi Gianni continua a essere presente nella quotidianità e nelle abitudini dei suoi figli.
«Mi manca molto. Ero abituata a chiamarlo spesso, era un costante riferimento. Il dolore non penso passerà mai, ma proviamo a conviverci. Però in tutte le cose che faccio mio papà c’è sempre», assicura Elisabetta.
Nella corsa, che continua a praticare. Nello studio, che la vede impegnata a terminare la magistrale di ingegneria gestionale. E nelle sane abitudini, che suo padre ha lasciato a lei, a Carla e a Sergio.
«Siamo il frutto di quello che ci ha insegnato. E questo ci rimarrà per sempre».


