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Epatite C: screening esteso per individuare gli asintomatici

pubblicato il 22-01-2021

L'Italia punta a far emergere la quota di asintomatici per trattarli e avvicinarsi all'obbiettivo dell'eradicazione dell'epatite C entro la fine del decennio

Epatite C: screening esteso per individuare gli asintomatici

Uno screening di massa, con l'obbiettivo di portare a galla la quota sommersa di pazienti ammalati. Ma inconsapevoli di esserlo. Il 2021, almeno nelle intenzioni, sarà l'anno giusto per tornare a «caccia» dell'HCV, il virus responsabile dell'epatite C e oggetto dell'ultimo Premio Nobel per la Medicina. Dopo aver trattato i pazienti più gravi con gli antivirali di ultima generazione, la sfida adesso è più difficile. Occorre intercettare chi è infetto e non sa di esserlo, i cosiddetti portatori asintomatici. Una situazione che in Italia, stando alle stime delle società scientifiche, riguarderebbe all'incirca 200mila persone. Perlopiù appartenenti alla «generazione X», ovvero coloro che sono nati tra il 1965 e il 1980. Più - con ogni probabilità - una quota di «millennials». È da loro che deve ripartire la caccia all'infezione, che l'Organizzazione Mondiale della Sanità punta a eradicare entro il 2030.


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L'IMPATTO DELL'EPATITE C IN ITALIA

L’Italia è la nazione europea con la più elevata prevalenza di infezione da HCV, con una media stimata dell’1.5 per cento. Ma i dati, tra gli over 65 residenti in alcune Regioni del Sud, risultano superiori al 5 per cento. Uomini e donne che, infettatisi senza aver mai sviluppato sintomi riconducibili al virus, convivono con un rischio di ammalarsi di cirrosi epatica (prima) e di tumore del fegato (poi, anche se non in tutti i casi) che cresce tanto quanto più lunga è la convivenza con l'HCV. Secondo le ultime stime, questa quota si aggirerebbe tra 250mila e 350mila unità. Mentre sono circa 12mila i decessi annui attribuibili all’infezione e all’epatocarcinoma, di cui la cirrosi epatica da HCV rappresenta una delle cause principali (nelle fasi più avanzate, curabile soltanto ricorrendo al trapianto di fegato). Da qui l'importanza di individuare queste persone per guidarle verso la terapia antivirale, in grado di eradicare l'infezione in oltre 9 casi su 10 in poche settimane di trattamento. 


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OLTRE 71 MILIONI PER AVVICINARSI ALL'ERADICAZIONE DELL'EPATITE C

A partire dall'anno in corso, nel nostro Paese sarà avviata una campagna di screening mirata a dare un'identità a questi pazienti. Oltre 71 i milioni già finanziati per portare a termine questa operazione, che riguarderà i nati tra il 1969 e il 1989: partendo da coloro che sono seguiti dai servizi pubblici per dipendenze (SerD) e dai detenuti. A questo punto sono loro - per il rischio di condividere siringhe tra più persone: a seguire, chi potrebbe essere stato accidentalmente esposto al virus effettuando un piercing, un tatuaggio o avendo rapporti sessuali non protetti - la popolazione chiave su cui applicare la strategia raccomandata anche nei confronti di Sars-CoV-2Testare e trattare. «Se non porteremo a galla questa quota sommersa, non sapremo a chi dare dei farmaci che permettono di eradicare il virus in maniera definitiva, in tempi rapidi e senza effetti collaterali», spiega Stefano Fagiuoli, direttore dell’unità operativa complessa di gastroenterologia, epatologia e trapiantologia e del dipartimento di medicina specialistica e dei trapianti dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Stanziata la somma e giunto l'ok dalla Conferenza Stato-Regioni, occorre ripartire i fondi tra gli enti locali. L'ultimo step spetterà ai medici, chiamati a selezionare le persone da sottoporre a screening, avviare la macchina e, ove necessario, prendere in cura i pazienti.


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L'AVVENTO DEGLI ANTIVIRALI NELLA LOTTA ALL'EPATITE C 

Oltre che per l'avvento degli antivirali, sul virus dell’epatite C i riflettori si sono accesi anche in occasione della consegna dell'ultimo Nobel per la Medicina e la Fisiologia. Ad aggiudicarselo, tre scienziati: Harvey J. AlterMichael Houghton and Charles M. Rice. Furono loro, nel 1989, a dare un nome a quel virus che provocava una malattia nota come «epatite non A non B». Fu il primo passo per mettere a punto percorsi di screening e terapie efficaci. Prima l’accoppiata interferone-ribavirina, poi gli antivirali di ultima generazione (nove le molecole disponibili oggi in Italia), con cui il virus può essere eradicato in 8-12 settimane. «Questi farmaci hanno rivoluzionato l’approccio nei confronti del trattamento della epatite C - rammenta Pierluigi Toniutto, direttore dell’unità di epatologia dell'azienda ospedaliero-universitaria di Udine -. Dalla loro introduzione, sono stati trattati circa 200mila pazienti. Ma negli ultimi mesi si è assistito a un calo, che può essere spiegato dal progressivo esaurimento del numero di soggetti con una infezione da HCV già diagnosticata e noti agli epatologi».

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Non soltanto questa è stata la causa del rallentamento nell'eradicazione dell'epatite C. Come ricordato in occasione dell'ultima giornata mondiale dedicata alle infezioni del fegato, l'impatto di Covid-19 si è fatto sentire. Secondo uno studio condotto dagli esperti del Boston Medical Center, la pandemia ha ridotto l'accesso ai test (del 72 per cento) e di conseguenza le nuove diagnosi (-63 per cento). Ma in alcuni contesti (anche in Italia) si sarebbe arrivati a un calo del 90 per cento. Un aspetto che preoccupa gli esperti, considerando le conseguenze che HCV ha sulla salute. Come porre rimedio, al di là di quanto detto per le comunità a rischio? L'ipotesi, già testata nel corso di un tour che ha toccato le piazze di diverse città italiane, è quella di abbinare i due screening sierologici: per rilevare gli anticorpi contro Sars-CoV-2 e HCV. «Il doppio test offre un'opportunità concreta per portare a galla la quota sommersa di infetti - conclude Massimo Galli, direttore della clinica di malattie infettive dell'ospedale Sacco di Milano -. Il campione da testare sarebbe almeno in parte diverso. Ma lo sforzo organizzativo ed economico potrebbe essere unificato. L’opportunità che ci è data di effettuare test per rilevare la presenza di HCV non ha precedenti».
 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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