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Mettere a punto nuove terapie contro il sarcoma grazie alle Car-T

pubblicato il 13-07-2020

Individuare nuovi bersagli per l’immunoterapia attraverso i linfociti CAR-T: la sfida di Roselia Ciccone per aprire nuove prospettive nella cura dei sarcomi

Mettere a punto nuove terapie contro il sarcoma grazie alle Car-T

sarcomi sono un gruppo di tumori complesso che origina dai tessuti connettivi quali ossa, muscoli, cartilagini, vasi sanguigni, nervi, tendini, tessuto adiposo e tessuti sinoviali. Ne esistono più di 100 tipi e nel mondo vengono diagnosticati circa 200.000 nuovi casi ogni anno. Per questo tipo di neoplasia l'approccio terapeutico di prima linea è la rimozione chirurgica associata a radioterapia o chemioterapia. Tuttavia, dopo il trattamento, molti pazienti sviluppano delle metastasi post-trattamento. Da qui la necessità di sviluppare nuove strategie terapeutiche.


Un nuovo filone di ricerca oncologica, basato sull’immunoterapia, ha mostrato risultati sorprendenti nel contrastare la progressione tumorale: l’obiettivo di questa strategia innovativa è quello di potenziare il sistema immunitario, rendendolo più aggressivo nei confronti del tumore. Specifiche cellule del sistema immunitario - i linfociti T - vengono geneticamente modificate con una molecola (CAR) in grado di legarsi alle cellule tumorali e distruggerle. Questo meccanismo è possibile perché i sarcomi espongono sulla superficie delle cellule cancerose dei bersagli, chiamati antigeni, che vengono riconosciute dalle cellule T.

Roselia Ciccone, ricercatrice dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, grazie al supporto di una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi si occuperà di individuare gli antigeni presenti sui sarcomi, così da definire uno specifico bersaglio molecolare per i linfociti CAR-T e sviluppare questa promettente terapia.

 

Roselia, nel tuo progetto ti occupi di indagare le prospettive dell'immunoterapia nella cura dei sarcomi. Cosa manca oggi per utilizzare al meglio questa metodica?

«Negli ultimi anni sono stati portati avanti molti studi finalizzati a studiare le cellule tumorali di sarcoma, sia a livello molecolare sia genetico, così da sviluppare possibili cure. L’immunoterapia, da questo punto di vista, si è mostrata essere la strategia terapeutica più promettente. In particolare sono stati ottenuti buoni risultati a livello preclinico grazie all’utilizzo di cellule CAR-T che hanno come bersaglio l’antigene GD2, una molecola che si ritrova presente sulla superficie di molti tumori. Tuttavia, permangono ancora dei limiti».

Di che tipo?

«I nostri dati preliminari hanno dimostrato che l’immunoterapia convenzionale mediante CAR-GD2 potrebbe non essere sufficiente a garantire l’eradicazione del sarcoma».


Quale strategia pensate di adottare per superare questi limiti?

«Abbiamo individuato un nuovo potenziale obiettivo per l'immunoterapia, l’antigene B7H3, espresso in circa il 90% dei sarcomi pediatrici. Pertanto, ipotizziamo di sfruttare i linfociti CAR-B7H3 in pazienti con tumori recidivanti o resistenti all’immunoterapia convenzionale».


Quali prospettive si potranno aprire a lungo termine?

«I pazienti potranno beneficiare di un approccio immunoterapico mirato alle cellule che esprimono la proteina B7H3, target di superficie ideale perché ampiamente presente sui sarcomi. Ci aspettiamo che questa strategia innovativa avrà un elevato impatto clinico dovuto, inoltre, al suo minor grado di tossicità rispetto alle terapie convenzionali. Qualora i dati preclinici confermassero la nostra tesi, si aprirebbe la strada a un nuovo trattamento non solo per i pazienti affetti da sarcoma, ma per tutte le neoplasie le cui cellule esprimono questa proteina di superficie».


Ora raccontaci un po’ di te. Come si svolge la tua giornata tipo in laboratorio?

«Sono napoletana d’adozione, perciò non posso che iniziare la mia giornata con un buon caffè. Arrivo in laboratorio molto presto perché mi piace cominciare a lavorare quando non c’è ancora nessuno. Auricolari nelle orecchie con la mia playlist preferita, lista degli esperimenti della giornata, registro delle attività alla mano: e si comincia. Passo la maggior parte del tempo nella stanza adibita alle colture cellulari o, in alternativa, in quella del citofluorimetro, uno strumento che consente di rilevare, identificare e contare specifiche cellule».

 

Sei mai stata all’estero a fare un’esperienza di ricerca?

«No, nonostante ne avrei avuto più volte occasione».

 

Come mai hai deciso di non partire?

«Perché non avrei voluto andare via senza portare a termine il progetto che stavo seguendo in quel momento. Tuttavia, ammetto che, in futuro, mi piacerebbe fare questo tipo di esperienza, soprattutto nel Nord Europa».

 

Roselia, perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«In realtà non ho scelto io di intraprendere la strada della ricerca, ma è la stata la ricerca a scegliere me! Ricordo però un momento in particolare: avevo circa 10 anni ed ero in ospedale con mia cugina Teresa, affetta da talassemia major. Sono sempre stata legatissima a lei, tanto da considerarla come una sorella. Da bambina non capivo perché non potessi accompagnarla in ospedale ma, dopo aver insistito molto, convinsi i miei genitori a lasciarmi andare con lei. Quel giorno, vedendo la sofferenza di Teresa e degli altri ragazzi nel reparto di oncoematologia, capii che l’unica cosa che avrei voluto fare da grande sarebbe stata cercare e, soprattutto trovare, qualcosa che potesse ridurre o evitare le sofferenze di tutti quei ragazzi».

 

Un momento della tua vita professionale che vorresti incorniciare.

«Sembrerà banale, ma non dimenticherò mai la prima volta in cui presi parte a un congresso scientifico internazionale. Ricordo che ero felice come una bambina in un negozio di caramelle. La cosa che più mi colpì fu la sensazione di apertura mentale che provai nell’assistere al confronto tra le menti scientifiche più eccelse».

 

Come ti vedi fra dieci anni?

«Mi vedo ancora a fare ricerca, magari come responsabile di un gruppo mio, circondata da persone giovani e piene di entusiasmo in cui rivedermi».

 

Cosa ti piace di più della ricerca?

«L’emozione, la gioia, l’entusiasmo nell’ottenere un risultato che va proprio nella direzione sperata, che mi avvicina sempre di più all’obiettivo primario di rendere curabile ciò che, a oggi, ancora non lo è».

 

Una figura che ti ha ispirato nella tua vita personale.

«Mio padre, col suo senso del dovere e la sua totale dedizione per la famiglia e per il lavoro. Da sempre, mi ha spronata a scegliere un mestiere di cui essere felice e le sue parole rimangono indelebili nella mia mente: “Il più grande successo che puoi raggiungere è quello di fare un lavoro che ti faccia svegliare con il sorriso”».

 

Cosa avresti fatto se non avessi fatto la ricercatrice?

«Forse il medico, anche se non penso sarei stata capace di quel distacco che permette di far fronte alle sofferenze del malato senza coinvolgimento».

 

Qual è il senso profondo che ti spinge a fare ricerca?

«Io non considero la ricerca come un lavoro ma come una missione, una vocazione e una passione che non si può spiegare a parole. In passato l’ho provato sulla mia pelle quando, a causa della scarsità di fondi, mi sono trovata a lavorare per lunghi periodi senza percepire una remunerazione. Tuttavia, non ho desistito e ho continuato a fare il mio dovere con la stessa passione e dedizione di sempre».

 

Percepisci fiducia nei confronti della ricerca e della figura del ricercatore in Italia?

«Purtroppo nella nostra società, ancora oggi, non è del tutto chiara l’importanza della ricerca. Inoltre, trovo che la figura del ricercatore non sia capita e apprezzata integralmente. Penso infatti che la classe politica abbia un debito nei confronti di chi si occupa di ricerca in Italia e che si trova a fronteggiare molte più difficoltà rispetto ad altri Paesi».

 

Roselia, hai famiglia?

«Si, sono sposata da 9 mesi con un uomo meraviglioso».

 

Se un giorno tuo figlio ti dicesse che di voler fare il ricercatore, come reagiresti?

«Sarei contenta. Gli direi che, qualsiasi cosa decidesse di fare, dovrà metterci il massimo impegno e che il sacrificio prima o poi viene sempre ripagato».

 

Cosa ti piacere fare nel tempo libero?

«Adoro nuotare. Non mi considero per nulla una sportiva, ma il nuoto mi permette di scaricare lo stress e di svuotare la mente».

 

Sei felice della tua vita?

«Sì, sono felice e soddisfatta della mia vita. Tuttavia, sono una persona che non si accontenta mai e che cerca sempre di migliorarsi».

 

C'è una «pazzia» che hai fatto e che hai voglia di raccontare?

«Scappare di casa a 17 anni per andare a Milano al concerto dei Red Hot Chili Peppers. Tuttavia, non è andata come speravo: sono stata ritrovata alla stazione degli autobus poche ore dopo».

 

Roselia, cosa vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?

«Vorrei dirgli di non smettere mai di credere nella ricerca e nei ricercatori. In questo campo non sempre si ottengono vittorie, ma si raccolgono anche tante sconfitte. Tuttavia, noi ricercatori non ci arrendiamo ma continuiamo a studiare più tenaci di prima, con quella forza che viene proprio dal vostro sostegno e che non ci fa sentire soli».



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