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Oncologia

La «doppia faccia» del testosterone nel tumore della prostata

pubblicato il 18-03-2019

È un «nemico» per i pazienti con un tumore della prostata ad alto rischio di progressione. Ma il testosterone, nei casi meno gravi, potrebbe ritardare le recidive e migliorare la salute sessuale

La  «doppia faccia» del testosterone nel tumore della prostata

BARCELLONA (SPAGNA) - Charles Brenton Huggins e Peytoun Rous, entrambi vincitori del Premio Nobel per la Medicina nel 1966, furono i primi a dimostrare come il testosterone, l'ormone sessuale maschile,  potesse rappresentare la «benzina» che alimenta il tumore della prostata. Fu dai loro studi che cambiò la pratica clinica nei confronti della più diffusa neoplasia maschile (oltre 35.000 le diagnosi effettuate nel 2018 in Italia). Nel tempo si sono sviluppate terapie vere e proprie, come l'utilizzo di farmaci in grado di «bloccare» la sintesi dell’ormone (strategia nota come deprivazione androgenica) e l’interazione tra il suo recettore e i ligandi «sostitutivi» (attraverso gli antiandrogeni). Questi approcci sono diventati una soluzione in più, oltre la chirurgia e la radioterapia, per combattere una malattia troppo estesa e impossibile da asportare in sala operatoria, o già metastatica. Ma con il tempo s'è scoperto che il rapporto tra il testosterone - considerato da molti uomini la chiave della virilità - e la il tumore della prostata è molto più articolato. 

RECIDIVE PIU' BASSE COL TESTOSTERONE

Se nei pazienti che presentano un tumore ad alto rischio ridurre al minimo la concentrazione di testosterone è pressoché necessario, la somministrazione dell'ormone potrebbe invece rappresentare un'opportunità terapeutica per quei pazienti che presentano una malattia quasi sempre asportabile chirurgicamente. L'ipotesi, al vaglio dei ricercatori già da qualche anno, è stata confermata da uno studio presentato nel corso del congresso della Società Europea di Urologia, in corso a Barcellona. A vergarlo un gruppo di specialisti dell'Università della California guidati da Thomas Ahlering, vicedirettore del dipartimento di urologia oncologica, che, all'interno di una categoria di pazienti (834) a cui il tumore era già stato asportato con il Robot, hanno selezionato quelli da trattare (152) con una terapia a base di testosterone. Dopo tre anni dall'intervento, gli specialisti hanno osservato un tasso di recidiva della malattia più basso (5 per cento) tra coloro che erano stati trattati con il testosterone rispetto a tutti gli altri (15 per cento).


UN «TABU'» DA RIMETTERE IN DISCUSSIONE?

Lo scenario configuratosi ha sorpreso gli stessi ricercatori, che nel corso della presentazione dei dati hanno affermato come «il risultato ottenuto non sia in realtà quello che immaginavamo di ottenere», usando le parole di Ahlering. «L'uso del testosterone, oltre a non far crescere i tassi di recidiva, li ha addirittura ridotti». Un risultato che potrebbe essere dovuto - in attesa di ulteriori riscontri - agli effetti complementari del più comune ormone sessuale maschile: ovvero il potenziamento della massa muscolare e la riduzione del rischio cardiovascolare, come da prove emerse già da altre ricerche. Sono stati gli stessi autori ad affermare che «da sole, le conclusioni del nostro lavoro non saranno in grado di modificare ciò che oggi si fa nei reparti di oncologia. Speriamo però che siano uno spunto per rimettere in discussione il ruolo del testosterone, finora considerato un tabù per gli uomini colpiti da un tumore della prostata, almeno in quei pazienti operati per una malattia a basso rischio di progressione». Messaggio subito colto da Francesco Montorsi, direttore dell’unità operativa di urologia dell’Ospedale San Raffaele di Milano: «Il lavoro ribadisce l'importanza del monitoraggio dei livelli di testosterone nei pazienti dopo l'intervento di prostatectomia. Serviranno altre evidenze per confermare il potenziale beneficio sulla prognosi della malattia». Ma se il testosterone fosse riabilitato, «ci sarebbe un sicuro beneficio sul deficit erettile che può manifestarsi dopo un simile intervento». A trarre giovamento sarebbe anche la vita sessuale dei pazienti, che come dimostrato in ultima istanza da uno studio pubblicato sulla rivista The Lancet Oncology continua a essere fortemente minata.

TUMORE DELLA PROSTATA: QUANDO
SI PUO' EVITARE L'INTERVENTO? 

I RISVOLTI PSICOLOGICI DEL TESTOSTERONE

Della terapia ormonale, a Barcellona, s'è parlato anche in chiave psicologica. Secondo uno studio presentato da un gruppo di ricercatori danesi, a cui hanno preso parte oltre 5.500 pazienti, gli uomini che ricevono un trattamento di deprivazione androgenica dopo l'intervento (colpiti dunque da una malattia ad alto rischio di progressione) corrono un rischio più alto di sviluppare una forma di depressionerispetto a coloro che non la seguono . «I bassi livelli di testosterone possono minare il benessere dell'uomo - ha spiegato Sofie Friberg, oncologa del Rigshospitalet di Copenhagen -. Questo deficit, unito alle preoccupazioni che possono albergare nella mente di un uomo operato per un tumore della prostata e chiamato a seguire un trattamento ormonale, può minare la salute psicologica». Un motivo in più per prendersi cura dell'uomo nel suo complesso: considerando pure la sua tenuta mentale.


 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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