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Oncologia

Un paziente oncologico su 3 eccede con le bevande alcoliche

pubblicato il 11-02-2020

Bere alcolici è un'abitudine molto diffusa anche tra chi ha già ricevuto una diagnosi di tumore. In alcuni casi è necessario smettere del tutto, in altri consentito il consumo occasionale

Un paziente oncologico su 3 eccede con le bevande alcoliche

Le informazioni sono state tratte dalla diretta testimonianza dei pazienti: motivo per cui potrebbero difettare in precisione. Non al punto, però, da poter non tenere conto dei risultati di uno studio condotto negli Stati Uniti su oltre 34mila malati oncologici. Un terzo di loro, dopo essersi ammalato di cancro, ha continuato a bere alcol in quantità moderate. E oltre uno su 5 ha assunto fino a 5-6 drink nella stessa serata. Dati che preoccupano, perché «l'abitudine a consumare bevande alcoliche dopo una diagnosi di cancro può essere collegata a una prognosi peggiore», è il pensiero messo nero su bianco dagli scienziati statunitensi che hanno firmato lo studio apparso sul Journal of the National Comprehensive Cancer Network: il primo a fotografare il consumo di alcolici in un ampio gruppo di ex pazienti oncologici.  


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ALCOL E RISCHIO ONCOLOGICO

Sebbene spesso trascurato, l'etanolo (nome scientifico dell'alcol) è una molecola cancerogena, assieme al suo metabolita acetaldeide (ancora più tossico). Il rischio di ammalarsi di cancro, così come per altre sostanze dotate di analogo effetto, è direttamente proporzionale alla dose di esposizione. Più se ne consuma, maggiori sono le probabilità di ammalarsi. Detto ciò, per i consumatori occasionali «non esistono livelli di consumo sicuri correlati al rischio oncologico», è quanto asserito nei mesi scorsi dalla Società Europea di Gastroenterologia. Il consumo moderato di bevande alcoliche è considerato un fattore di rischio per i tumori che colpiscono il distretto testa-collo, il seno e il colon-retto. Mentre i forti bevitori hanno maggiori probabilità rispetto al resto della popolazione di ammalarsi di cancro dell’esofago, dello stomaco, del fegato e del pancreas. Per queste ragioni, l'indicazione dell'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) è chiara: «Per evitare di ammalarsi di tumore, meglio non bere». 

COSI' L'ALCOL AUMENTA
IL RISCHIO DI CANCRO 

IL CONSUMO DI ALCOLICI NEI PAZIENTI ONCOLOGICI

Fin qui la prevenzione primaria, su cui si è concentrato gran parte del lavoro condotto finora dagli scienziati. Decisamente inferiori sono state invece le attenzioni poste nei confronti dei pazienti oncologici e dei loro consumi di bevande alcoliche. È sullo studio delle loro abitudini che si sono concentrati i ricercatori statunitensi, decisi a dare loro un peso (quanto bevono) e una forma (come bevono). Attingendo ai dati riportati nel National Health Interview Survey (indagine con cui viene monitorato lo stato di salute dei cittadini statunitensi a partire dal 1957), i ricercatori hanno scoperto come la pratica di consumare birra, vino e superalcolici sia piuttosto diffusa tra coloro che hanno già dovuto fare i conti con un tumore. Nello specifico, oltre 1 su 2 (56.5%) dei partecipanti all'indagine ha dichiarato di consumare bevande alcoliche. Un terzo degli ex pazienti (34.9%) si è dichiarato bevitore di più di 1 (donne) e 2 (uomini) bicchieri al giorno. In un quinto dei casi (21%), infine, era diffuso anche il binge drinking. Dati, soprattutto questi ultimi due, che secondo gli esperti possono avere come seguito un peggioramento della prognosi. Ovvero: una minore prospettiva di vita.


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IN TERAPIA MEGLIO NON BERE

«Queste informazioni dimostrano quanto sia importante incoraggiare una riduzione dei consumi di bevande alcoliche anche nelle persone già alle prese con un cancro», dichiara Valentino Patussi, responsabile del Centro Alcologico Toscano dell'azienda ospedaliero-universitaria Careggi di Firenze. Uno screening che indaghi l'abitudine a bere dei pazienti oncologici è necessario per avviare, se necessario, un percorso di disassuefazione dall'alcol. Nel corso delle terapie, per evitare interazioni tra l'etanolo e i farmaci (con ulteriore sovraccarico per il fegato), il consumo dovrebbe essere nullo: indipendentemente dalla sede colpita dalla malattia. Dopo, lo stesso limite dovrebbe essere rispettato dai pazienti colpiti da un tumore dell'apparato digerente, al seno e all'orofaringe. Per gli altri, invece, «il consumo può essere al massimo occasionale», aggiunge Patussi. In tutti i casi, «fondamentale è abbandonare anche le sigarette, perché il fumo e il consumo di quantità moderate o eccessive di alcolici viaggiano spesso a braccetto». Scelta che determina anche un potenziamento dell'effetto cancerogeno. 

DONNE PIU' INFORMATE RISPETTO AGLI UOMINI

Lo studio ha evidenziato che i maggiori consumi di alcolici dopo la diagnosi si sono registrati tra le persone colpite da un melanoma, da un tumore al testicolo, alla cervice uterina e al distretto testa-collo. Due le possibili interpretazioni di questi dati: la più giovane età dei pazienti colpiti da una delle prime tre diagnosi e lo stretto legame tra i tumori dell'orofaringe e il consumo di alcolici (possibile causa). Le donne colpite da un tumore al seno hanno invece fatto registrare consumi inferiori alla media. Un dato che non sorprende Saverio Cinieri, direttore dell’unità di oncologia medica e della breast unit dell’ospedale Perrino di Brindisi: «Le donne sono più attente degli uomini alla salute e, dopo aver ricevuto una diagnosi di cancro, tendono a eliminare diversi alimenti dalla dieta. Tra questi c'è anche l'alcol, che oggi riconosciamo come un fattore di rischio per quella che è la più diffusa neoplasia femminile». Quanto ai numeri, difficile fare un confronto in assenza di dati italiani analoghi a quelli statunitensi. «Ma i nostri pazienti sono abbastanza informati - aggiunge lo specialista, presidente eletto dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) -. Spesso, quando ci si ritrova di fronte un forte consumatore di bevande alcoliche, è perché lo era già tale prima della diagnosi. In questo caso serve uno sforzo in più per favorire un cambio dello stile di vita nel corso delle terapie. In tutti gli altri casi, invece, criminalizzare il consumo occasionale di un bicchiere di vino non serve. Anzi: rischia di essere controproducente».


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IL RUOLO DELLA FAMIGLIA

La correzione delle abitudini di vita, secondo gli esperti, non può prescindere dal coinvolgimento dei familiari. «Chi vive con il paziente oncologico, deve aiutarlo a mettere in atto le indicazioni degli specialisti - conclude Patussi -. Così come si fa già da anni con le persone sottoposte a un trapianto di fegato, non è infrequente che, nei casi più gravi, anche i parenti vengano agganciati quanto meno per un colloquio mirato a contenere se non proprio escludere il consumo di bevande alcoliche».

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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