Quando si può evitare la rimozione dell’organo e si procede con un trattamento chirurgico riparativo del prolasso uterino, non c’è differenza fra le diverse protesi utilizzate. Poco importa che si usi un materiale sintetico piuttosto che uno biologico per far fronte alla condizione che rischia di toccare da vicino quasi una donna su due e alla cui comparsa concorrono diversi fattori: il numero di gravidanze, la tipologia del parto (soprattutto se vaginale o con lungo travaglio), l’invecchiamento (è più frequente nelle donne in menopausa), l’obesità e la contemporanea presenza della broncopneumopatia cronico ostruttiva. L’esito dell’impianto protesico non dipenderebbe dalla natura del materiale utilizzato e si pone come alternativa rispetto alla rimozione dell’utero (isterectomia).
STUDIO SU THE LANCET
Dell’argomento si è occupato un gruppo di ricercatori scozzesi, al lavoro nell’università di Aberdeen. Gli studiosi hanno confrontato le procedure chirurgiche protesiche di correzione del prolasso transvaginale. Due le opzioni: l’impiego di reti sintetiche o l’innesto biologico che prevede l’utilizzo di strutture preesistenti.
Alla ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista The Lancet, hanno partecipato 685 donne. A un anno dall’intervento, è stato chiesto loro di riferire la presenza di sintomi (ingombro vaginale) e un punteggio relativamente alla qualità della vita. Non è emersa nessuna differenza significativa, da questo controllo così come da quello effettuato un anno più tardi, al fine di verificare la comparsa di differenti condizioni nelle pazienti sottoposte a una tecnica operatoria piuttosto che all’altra.
Efficacia, sintomi, qualità della vita ed effetti avversi risultavano del tutto paragonabili tra i due gruppi di pazienti.







