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Una potenziale strategia per combattere il tumore del fegato

pubblicato il 08-05-2017

Indurre la maturazione delle cellule tumorali potrebbe fornire le basi per una terapia contro il carcinoma epatico. Marta Anna Kowalik indaga sulle potenzialità di questa tecnica

Una potenziale strategia per combattere il tumore del fegato

Il carcinoma epatocellulare è il più frequente tumore del fegato e costituisce la seconda causa più comune di morte per cancro. Nonostante la disponibilità di diverse soluzioni terapeutiche che possano contenere la malattia, l’unica potenzialmente curativa rimane la resezione chirurgica, che però non scongiura l’alto rischio di recidiva e che può essere applicata solo in determinati casi. Per questi motivi, ancora oggi la prognosi dei pazienti colpiti è spesso sfavorevole: è qui che la ricerca assume quindi un ruolo cruciale per lo sviluppo di nuove efficaci terapie.


Inseguendo questo obiettivo, Marta Anna Kowalik imposta il suo lavoro di ricerca partendo dalla particolarità che accomuna il carcinoma epatocellulare a tutti i tumori maligni: il basso livello di maturazione (o, in gergo tecnico, “differenziamento”) delle cellule cancerose, caratteristica che conferisce al tumore la tipica invasività. Innescare il processo di differenziamento nelle cellule tumorali potrebbe rivelarsi una via per rispondere all’esigenza di nuove opzioni di cura. Grazie al sostegno della Fondazione Umberto Veronesi, la ricercatrice polacca verifica l’effetto antitumorale del differenziamento indotto presso l’Università degli Studi di Cagliari.

 

Marta, ci parli più nel dettaglio del tuo progetto?

«Ancora oggi il carcinoma epatocellulare è caratterizzato da una prognosi estremamente infausta. Lo scopo del mio lavoro è determinare se indurre un processo di differenziamento delle cellule tumorali possa fornire le basi per una terapia. Nostri precedenti studi hanno evidenziato come l'ormone tiroideo T3 sia in grado di ridurre il peggioramento di noduli pre-tumorali in un modello di cancerogenesi del fegato nel topo. La letteratura scientifica ha già evidenziato che T3 ha la capacità peculiare di stimolare il differenziamento di cellule staminali epatiche. Possiamo quindi ipotizzare che l’effetto anti-tumorale osservato nei nostri dati preliminari sia la conseguenza dell’induzione di un processo di maturazione. Su questa base verranno analizzati i livelli di proteine responsabili dello stato di differenziamento degli epatociti dopo trattamento con T3. Inoltre, poichè a causa dei suoi effetti collaterali T3 non è utilizzato in clinica, si valuterà se lo stesso effetto antitumorale possa essere esercitato da molecole che agiscano sullo stesso recettore dell’ormone tiroideo (tiromimetici), ma prive degli effetti tossici di T3».

 

Quali prospettive potrebbe aprire questo lavoro per la conoscenza biomedica?

«Al momento non esistono terapie farmacologiche realmente curative contro il carcinoma epatocellulare. Per questo, il possibile uso di tiromimetici per indurre un processo di maturazione delle cellule tumorali, che le porti a perdere il loro carattere invasivo e a tornare progressivamente verso la normalità, potrebbe avere una importante ricaduta traslazionale».    

 

Il dottorato ti ha portato in Italia, dove oggi conduci il tuo progetto sostenuto dalla Fondazione Umberto Veronesi: com’è lavorare all’estero? Hai avuto altre esperienze?

«Sono sempre stata orientata alla crescita professionale: vedo l’esperienza di lavoro all’estero innanzitutto come un’occasione per confrontarmi con nuovi ambienti e gruppi di ricerca, oltre che un modo per approfondire la conoscenza di nuove tecniche e metodiche. Per il momento non ho avuto esperienze di ricerca in altri paesi stranieri al di fuori dell’Italia, ma in passato sono stata ospite al laboratorio del Prof. Alessandro Weisz presso la Seconda Università degli Studi di Napoli, in cui ho avuto modo di approcciarmi alle tecniche di analisi degli RNA mediante microarrays, particolari chip che permettono di analizzare simultaneamente un alto numero di geni nello stesso campione».

 

Ricordi l’episodio o il momento in cui hai capito che la tua strada era quella della scienza?

«Ho deciso di percorrere la strada della ricerca mentre stavo preparando la tesi di laurea specialistica. Ricordo che, osservando l’impegno dei ricercatori in laboratorio, capii davvero quanto il loro lavoro fosse importante rispetto alla vita dei pazienti».

 

Qual è l’aspetto che più ti affascina del mondo della ricerca?

«Il fatto che ogni giorno lavorativo è diverso e non si possono prevedere tutti i risultati. Questo aspetto per me è fondamentale perché stimola più di ogni altra cosa la curiosità professionale».

 

C’è una figura in particolare che ti ha ispirato nella tua vita professionale?

«La vita di una mia connazionale, una straordinaria ricercatrice: Maria Sklodowska-Curie».

 

Hai qualche hobby o passione al di fuori dell’ambito scientifico?

«Amo fare escursioni in montagna e sono una grande appassionata di cinema».

 

Una cosa che vorresti assolutamente fare almeno una volta nella vita.

«Un lungo viaggio nel continente asiatico».

 

La cosa che più ti fa arrabbiare?

«L’ignoranza e l’ingratitudine».

 

La cosa che invece ti fa ridere a crepapelle?

«L’umorismo inglese».

 

Un ricordo a te caro di quando eri bambina.

«La visita a Disneyland con i miei».

 

C’è un personaggio famoso, anche storico, con cui ti piacerebbe andare a cena una sera?

«Mi piacerebbe andare a cena con Charles Darwin, potremmo discutere della sua teoria…».

 



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