Una nuova speranza terapeutica «accomuna» le donne alle prese con un tumore dell’ovaio o al seno: in particolare quello più aggressivo, il cosiddetto cancro triplo negativo. L’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha dato il via libera all’uso nella pratica clinica di olaparib, una molecola della classe dei Parp-inibitori da utilizzare nel momento in cui si è di fronte a una donna affetta da una delle due malattie, ma a una condizione: che alla base ci sia una mutazione dei geni Brca 1 e 2. Nelle sperimentazioni condotte, l’uso della molecola in questo gruppo di pazienti ha determinato un miglioramento significativo della sopravvivenza. Il beneficio, in ognuno dei prossimi anni, potrebbe riguarderà un campione di 3-4.000 donne. Tante saranno infatti quelle che al termine del 2020 avranno scoperto di avere un tumore al seno o all’ovaio causato dalla mutazione di uno dei geni Brca. La verifica della predisposizione genetica diviene a questo punto determinante ai fini dell’individuazione delle cure più efficaci.
IL RUOLO DI OLAPARIB NEL TUMORE DELL'OVAIO
Le prime evidenze di efficacia di olaparib hanno riguardato il tumore dell’ovaio. E, più nello specifico, le pazienti con una malattia più avanzata (allo stadio 3 o 4). Queste donne, dopo essersi sottoposte a un doppio ciclo di chemioterapia, in molti casi sviluppano una resistenza ai farmaci che ha finora rappresentato il principale ostacolo sulla via della guarigione. Ricorrendo ai Parp-inibitori, si è prima visto di poter andare oltre questo limite. Ma poi si è capito che, se somministrato fin dall'inizio, olaparib è più efficace nel ridurre il rischio di progressione della malattia nelle donne con un carcinoma ovarico indotto dalla mutazione dei geni Brca. E determina un significativo aumento della sopravvivenza: fino a oltre quattro anni dall’avvio delle cure. Numeri importanti, a maggior ragione se si tiene conto che per questa malattia non esiste un protollo di screening e che «7 donne su 10 con un tumore dell’ovaio in fase avanzata è destinato a una recidiva entro due anni», afferma Nicoletta Colombo, direttore del programma di ginecologia oncologica dell’Istituto Europeo di Oncologia.







