Nonostante l’emergenza sanitaria continui, 14 mesi dopo i primi contagi da Sars-CoV-2 in Italia la prospettiva per chi si ammala non è la stessa che si registrava all’inizio della pandemia. Quando mancavano i tamponi e le diagnosi erano quasi sempre tardive, il tasso di pazienti che necessitava delle cure ospedaliere era molto più alto. Anche per quel che riguarda i ricoveri nei reparti di terapia intensiva, dove finivano (e finiscono, tuttora) i pazienti alle prese con la sindrome da distress respiratorio acuto (condizione che rende i polmoni incapaci di effettuare gli scambi tra ossigeno e anidride carbonica). Al di là della quota di malati gravi di Covid-19, oggi inferiore per via della maggiore capacità di rilevare il totale dei contagi, è migliorata anche l'assistenza ai pazienti costretti al ricovero in terapia intensiva. Quello che si è capito, dopo un anno di esperienza, è che le linee guida servono a dare un perimetro al campo in cui è chiamato a muoversi il personale sanitario. Ma l’approccio terapeutico è cucito su misura del singolo paziente: considerando le sue condizioni di partenza, l’età, il grado di insufficienza respiratoria e la necessità (eventuale) di supportare l’attività di altri organi.
Covid-19: come vengono curati i pazienti in terapia intensiva
Il 5 per cento delle persone contagiate ha bisogno di cure intensive in ospedale. Un anno dopo, ecco come sono curati i pazienti più gravi con Covid-19
PERCHÈ COVID-19 PREOCCUPA

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