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Il cervello umano? Può solo peggiorare

La tesi provocatoria e sorprendente di Gianvito Martino, neuroscienziato che ha studiato l’evoluzione dell'intelligenza

Il cervello umano? Può solo peggiorare

Siamo meno intelligenti adesso di quanto lo erano gli uomini delle caverne 200.000 anni fa? L’idea, sorprendente, provocatoria, arriva da un un libro di Gianvito Martino, direttore del Dipartimento di neuroscienze dell’ospedale San Raffele di Milano: un libro prezioso, Il cervello gioca in difesa, pubblicato l’anno scorso da Mondadori, ma capace di rigenerarsi e di fornire spunti sempre nuovi, ogni volta che gli occhi corrono sulle sue pagine.

Martino cita le teorie di Gerald R. Crabtree, genetista della prestigiosa università di Stanford (negli Stati Uniti), convinto assertore dell’idea che stiamo perdendo progressivamente le nostre capacità intellettuali ed emotive perché il cervello non ha più le pressioni ambientali che alcune centinaia di migliaia di anni fa “ottimizzavano” la complessa rete di geni incaricati di far funzionare l’intelligenza. Quali erano queste pressioni? Un ambiente dominato pochissimo dalla comunicazione verbale, in cui gli uomini si muovevano  in gruppi separati fra loro e l’intelligenza era fondamentale per sopravvivere. Ora le cose sono molto diverse e le capacità intellettive possono solo andare all’indietro, secondo Crabtree. Anche perché, dicono altri studiosi, il nostro cervello non potrà evolversi e ingrandirsi più di quanto lo sia già, per motivi biochimici ed energetici.

L’intelligenza (il software del cervello, se vogliamo usare questo termine) ha raggiunto il suo apice quando anche l’hardware (la massa dei neuroni) ha avuto un clamoroso sviluppo fra 800.000 e 200.000 anni fa. In quel periodo, ricorda Martino, si è formato e “modellato” circa il 50% della massa cerebrale, così come la conosciamo adesso, con una crescita e una riorganizzazione delle vie nervose che hanno seguito ritmi esponenziali, fino a portare il cervello, che rappresenta solo il 2% del peso corporeo, a consumare il 20% dell’energia complessivo usata dall’organismo. Oltre questa soglia, spiegano gli esperti, non si può andare: pena, l’autodistruzione del nostro corpo... (in altre parole, un esagerato uso di energia da parte di un cervello ancora più grande e attivo priverebbe gli altri organi del “nutrimento” necessario).

L’uso sostenibile dell’energia è stato un elemento che ha condizionato moltissimo il “boom” del cervello umano e l’ha portato a diventare quello che è, ma a non svilupparsi ulteriormente. Cosa ha dato una spinta così forte al cervello in quel periodo fra 800.000 e 200.000 anni fa? Secondo alcune teorie, un ruolo chiave va attribuito alla maggiore possibilità, per gli esseri umani, di nutrirsi di carne, cioè di proteine animali. Così facendo, ossia abbandonando un’alimentazione prettamente vegetale, il tratto digerente si sarebbe progressivamente accorciato, consumando meno energia e lasciandone una parte a disposizione del cervello, appunto.

Secondo altri studiosi, invece (in particolare, secondo un’équipe dell’Università di Zurigo), l’impressionante aumento della massa cerebrale è collegato alla perdita di tessuto grasso. Per certi aspetti, durante l’Evoluzione, il cervello e il grasso sparpagliato in varie parti del corpo si sono trovati in una sorta di competizione:  entrambi consentivano agli esseri umani primitivi di sopravvivere anche in condizioni avverse di carenza di cibo (il grasso direttamente, visto che è una fondamentale riserva di energia per i momenti difficili; il cervello grazie alla sua capacità di elaborare strategie operative a basso contenuto energetico). Sottraendo energia al grasso - sostengono i ricercatori di Zurigo - il cervello si è potuto via via ingrandire ed evolvere,  rendendo sempre più efficiente, nel contempo, la sua attività e dunque consentendo all’organismo di superare le difficoltà ambientali, anche con meno grasso. 

Ma, a questo punto, dove andremo a finire? E davvero l’evoluzione del cervello ha raggiunto la sua conclusione (relegando gli esseri umani al ruolo che hanno adesso, anzi, facendoli indietreggiare)? Se così fosse, scrive Gianvito Martino, se davvero gli uomini non potessero diventare più intelligenti di quanto lo siano ora, sarebbe un vero handicap. Possiamo solo sperare che lo sviluppo scientifico e tecnologico sappia trovare una soluzione, quando si presenterà il problema. Una speranza lecita, nonostante i limiti della nostra (peraltro notevole) intelligenza... 



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